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Famiglia Savorgnan Flambro e i Savorgnan. Da "Flambri" - E.Dentesano e M.Salvalaggio Questa antichissima famiglia friulana è stata oggetto di innumerevoli studi, specialmente a partire FLAMBRO E I SAVORGNAN La formazione della contea di Belgrado iniziò, con la costruzione del castello omonimo, forse verso il IX o X secolo: lo troviamo nel 1001 fra i beni donati dall'imperatore Ottone III al patriarca Giovanni IV, donazione confermata nel 1028 dall'imperatore Corrado. Nel 1184 è fra i possessi del vescovo di Concordia, mentre nel 1254 è feudo di una dinastia locale che tramite Diomunda, figlia di Azzo di Belgrado, concessa in moglie al conte Alberto II di Gorizia, si imparenta con questa importante famiglia. Il feudo entrò così a far parte di quelli dipendenti dai conti di Gorizia.
Non si trattava evidentemente solo del castello ma di una giurisdizione che comprendeva alcune ville come Rivarotta, Talmassons e Nespoledo. Nel 1346 (o forse nel 1348), a causa di discordie intercorse fra i Del Torre ed i Savorgnan, lo stesso castello fu spianato e due anni dopo (25 gennaio 1348) uno spaventoso terremoto ne terminò la distruzione: questi furono probabilmente i motivi per cui quel paese perse d'importanza a favore di Flambro, che già era sede della rinomata pieve. Nella prosecuzione delle discordie dianzi accennate i Savorgnan fecero atterrare anche la cortina di Flambro: ciò avvenne il 27 maggio 1350, pochi giorni dopo che le truppe udinesi avevano tolto di mano il paese ai goriziani. Nel frattempo si venivano maturando le condizioni per la costituzione di una gastaldia in Flambro superiore. La prima notizia è del 21 marzo 1299, quando sappiamo che tale Folcherio di Walsperch e tale Pacio di Flambro erano gastaldi per conto di Enrico di Gorizia. Una simile notizia si ripete sei anni dopo: il 19 aprile 1305 era gastaldo Carsimano di Gorizia. Certo è che a metà del secolo XIV la gastaldia di Flambro era già stata stabilmente costituita; questa infatti, assieme al castello di Belgrado, era stata nel 1344 ceduta in ipoteca da Mainardo di Gorizia a Castrone de' Bardis, banchiere fiorentino. Pochi anni dopo, nel 1354, Castellutto era sicuramente nelle mani dei conti di Gorizia, come risulta da un atto, datato 7 marzo, in cui gli abitanti giurarono fedeltà al conte Mainardo VII. Ma i due territori, seppur contigui, rimasero sempre amministrativamente divisi, come appare nel 1363, quando Mainardo confermò la signoria di Castellutto a Febo della Torre e ne ebbe da Enrico (sempre di Gorizia) quella di Flambro. La gastaldia di Flambro non comprendeva il paese di San Vidotto. Ciò è palese poiché nel 1320 Enrico di Gorizia investì Enrico di Prampero dell'avvocazia di Lestizza e San Vidotto. Questo paese entrò sotto la diretta influenza di Flambro solo dopo le incursioni turche della seconda metà del XV secolo e l'avvocazia sopracitata spiega perché il paese, come altrove appare in questo testo, rimase parimenti legato a Lestizza. Quanto alle caratteristiche privilegiate della contea di Belgrado, esse furono determinate in una convenzione datata 11 aprile 1434, stipulata tra lo stato veneto ed i conti di Gorizia e confermata in atti del 1435, 1439 e 1468. La definizione della formazione della contea e delle sue caratteristiche ci permettono ora di sorvolare sulle vicende della seconda metà del secolo XV, che videro il feudo passare fra le mani della contessa di Cillj, di Massimiliano I d'Asburgo e di Federico di Sassonia. ** Per un approfondimento sui rami della famiglia Savorgnan, vedi l'opera citata. La Contea di Belgrado e la sua influenza su Flambro. Da "Flambri" - E.Dentesano e M.Salvalaggio Con ducale datata 25 agosto 1515 la Repubblica di Venezia investiva finalmente della contea di Talmassons, la metà di Teor, Torlano, Torsa, Villacaccia. Tale concessione era demandata con "piena potestà" e rendeva la contea "di fatto" indipendente e separata dalla Patria del Friuli. Nella ducale succitata, per la concessione dei privilegi, si faceva riferimento, seppur non esplicito, agli atti prima citati. Il luogotenente di Udine intervenne più volte per mediare fra la Patria e la Contea, perché questa realtà non era evidentemente ben accetta: così ad esempio nel 1527 scriveva ai deputati della Patria del Friuli che non era opportuno inserire la giurisdizione di Belgrado nel libro dei fuochi di lista, perché dopo la concessione a Gerolamo Savorgnan essa non era mai stata compresa e, per di più, egli non poteva comandare in detta giurisdizione, perché era stata concessa con pieni poteri. Quattro anni più tardi il luogotenente ebbe a scontrarsi con la stessa realtà quando comandò al contado di Belgrado di inviare quattro uomini a Mestre, per la manovalanza nei lavori della laguna. Al ricorso inoltrato dal conte Savorgnan il consiglio dei X rispose, annullando l'ordine del luogotenente ed intimandogli di astenersi in futuro da simili imposizioni, stanti i privilegi di cui godeva la contea di Belgrado. L'esenzione dalle imposte venete non significava però sgravio d'imposte per la popolazione perché i Savorgnan vi provvedevano per parte loro. E' il caso, ad esempio, del dazio sulla seta: la contea era esente da tale imposizione veneta ma il conte Mario Savorgnan, il 28 aprile 1782, appaltò la riscossione in proprio, anche se con tassi inferiori a quelli della repubblica. Ma già dai primi anni della concessione della contea i Savorgnan avevano provveduto ad applicarvi imposte, dazi e gravezze. è del 1520, ad esempio, l'imposizione di quattro dazi per la vendita al minuto di pane, olio, vino e carne: generi di largo consumo, che garantivano quindi un elevato introito. Una delle prerogative più interessanti fra quelle concesse a Belgrado era quella della giurisdizione civile e criminale, in questo caso anche criminale maggiore, come è dimostrato da un "Registro di sentenze criminali" della giurisdizione di Belgrado. La contea poteva poi contare su una propria milizia urbana (cernide), costituita da un battaglione di circa 500 uomini arruolati nelle ville e che era soggetto solo ad una rassegna, due volte all'anno. Nel 1779 il battaglione era composto da una compagnia di Bertiolo comandata dal conte Mario Savorgnan, con il grado di colonnello e perciò detta compagnia colonnella; da una compagnia di Flambro, al comando dal conte Leopoldo d'Arcano, con il grado di tenente colonnello e perciò detta compagnia tenente colonnella e comprendente anche uomini di Villacaccia e Nespoledo; da una compagnia di Lestizza, che comprendeva anche uomini di Santa Maria di Sclaunicco e Sclaunicco; da una compagnia di Talmassons, che comprendeva anche uomini di Torsa e Teor; da una compagnia di San Paolo ed infine da una di Bicinicco.
È ovvio che la famiglia esercitò una profonda influenza sul paese di Flambro. Basti pensare che essa vantava il giuspatronato sulla pieve; in virtù di questo diritto essa poté presentare e veder confermati, dal 1536 al 1799, ben 10 pievani, membri della famiglia stessa. La presenza della villa, costruita in paese prima del 1500, costituì poi motivo per una dimora dapprima saltuaria, poi sempre più frequente di taluni Savorgnan a Flambro. Questa presenza, specialmente nella stagione estiva, era continua ben prima del trasferimento della cancelleria nella villa. Oltre un secolo prima, infatti, nacque qui Orsetta, figlia di Giulio, già parroco di Flambro e ciò difficilmente può essere stato determinato da una presenza casuale. Qui si fermava spesso anche Germanico, fratello di Orsetta, come dimostrava un dipinto, ora purtroppo andato perduto, intitolato "Il marchese Savorgnan in carega col Nano". LA CANCELLERIA DEI SAVORGN A FLAMBRO Nel 1596 il Tagliamento, che scorreva a poca distanza dall'abitato di Belgrado, uscì dal suo letto e distrusse i castelli di Varmo di Sotto e di Sopra e quello di Madrisio. Anche la villa di Belgrado subì orrende devastazioni. Nel secolo successivo le esondazioni del fiume si ripeterono frequentemente e ciò costrinse i Savorgnan ad abbandonare definitivamente il castello di Belgrado nel 1692. Una di queste esondazioni colpì particolarmente il patrimonio archivistico della cancelleria di Belgrado nel 1683, disperdendolo o comunque danneggiandolo gravemente. Fu deciso così di trasferire la sede della cancelleria a Bertiolo. Lì confluirono tutti i documenti prodotti nella cancelleria della contea di Belgrado e salvati dalla distruzione: si trattava di 250 filze. L'agente di Flambro era il più anziano e, come dicevamo, coordinava l'attività degli altri agenti, sparsi in tutto il Friuli. Faceva da tramite tra loro ed il conte che stava a Venezia. Le spedizioni di vettovaglie, documenti o altro materiale era quasi quotidiana: la villa di Flambro fungeva da centro di raccolta per tutte le giurisdizioni friulane e da qui i trasporti si effettuavano, tramite carradori locali, fino ai porti di Latisana o Portogruaro, da dove poi, per via acquatica proseguivano fino a Venezia. Alla fine del settecento, perlomeno dal 1778 al 1798, troviamo investito di questa carica tale Biasioni, che ci ha lasciato numerosi resoconti della sua attività e della vita di allora, compresa una sommaria descrizione dei fatti accaduti durante l'invasione napoleonica. ** Per un approfondimento sui rami della famiglia Savorgnan, vedi l'opera citata. I Personaggi della famiglia dei Savorgnan. Da "Flambri" - E. Dentesano e M. Salvalaggio 1. Girolamo Savorgnan, pievano. Nel 1555, saputo della morte del fratello Germanico, tornò in Friuli, nel castello di Belgrado e vi rimase fino all'anno seguente. Qui, forse meditando sulla morte del fratello, decise di redigere il testamento: era il 4 settembre 1555. Tornò quindi a Roma e nel 1557 fu, da papa Paolo IV, nominato vescovo di Sebenico. Prima di recarsi in quella città a prendere possesso della diocesi, passò nuovamente in Friuli, dove stese le procure ai fratelli per l'amministrazione dei suoi beni. Dal 1561 al 1564 fu sicuramente a Trento, partecipe attivo al famoso concilio, dopo la riconvocazione di quest'ultimo, avvenuta nel 1560. Determinato ad apportare alla sua diocesi le riforme raccomandate dal concilio di Trento, incontrò tosto delle difficoltà quasi insormontabili, con le quali convisse fino al 1573. In quell'anno infatti, stanco della situazione venutasi a creare, rinunciò al vescovado e si ritirò in Friuli, dove rimase qualche anno, dimorando in vari luoghi, come si può rilevare dalle lettere da lui scritte al nipote Giulio fra il 1576 ed il 1581. 2. Francesco Girelli-Savorgnan, pievano. Le ultime vicende dei Savorgnan legati a Flambro
Contro questa decisione il Girelli ricorse per vie legali, chiedendo la restituzione da parte dello zio della dodicesima parte dei beni liberi del padre e la corresponsione dell'assegno alla madre fino al momento di detta restituzione; chiese inoltre la restituzione delle rendite abbaziali, percepite dal suddetto negli anni intercorsi fra il 1799 ed il 1806. Poiché il Moro non rispettò i patti del 1815, il Girelli si vide costretto ad intraprendere nuovamente le vie giudiziarie per vedersi soddisfatto. Si giunse comunque ad un nuovo accordo che fu stipulato il 30 settembre 1820 e ad uno ulteriore, datato 21 novembre 1820; accordi che il Moro, come il precedente, non onorò. Al Moro fu più volte intimato da vari tribunali di corrispondere al Girelli quanto dovuto ma egli si seppe disfare della proprietà mediante volture di comodo, cosicché il Girelli, nonostante avesse dalla sua parte numerose sentenze, rimase sempre insoddisfatto e morì nel 1834 senza rientrare in possesso dei suoi averi. Fu seppellito nel cimitero di Zugliano il giorno 15 marzo, due giorni dopo la morte, avvenuta in casa Moro, come leggiamo nel Catapano, il giorno 13 marzo. |




